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CONTRO L’ECONOMIA DI GUERRA E LA SUA PROPAGANDA NEL VENETO

Nell’ottobre del 2022, a Vicenza si doveva tenere un convegno con l’obiettivo di far incontrare esponenti della Difesa e industriali veneti. Obiettivo esplicito: verificare le necessità e le potenzialità di sviluppo dell’industria degli armamenti in una fase di crescita del riarmo generale e le sinergie possibili con il tessuto produttivo nel Veneto.
L’annuncio di una mobilitazione di protesta e della contestazione del convegno da parte di diverse forze, tra le quali anche Rifondazione Comunista, fece saltare l’iniziativa.
Ovviamente, ciò che non fu fatto pubblicamente trovò altre vie per realizzarsi. Tuttavia, è un fatto che quello che allora fu difficile gestire in forma aperta, pubblica, ora si esplicita senza alcun pudore.
È di questi giorni, il dibattito sulla riconversione di settori industriali e di aziende in crisi nella produzione di armamenti. La scelta del riarmo decisa dalla governance europea ed il volume potenziale di investimenti proposti rafforzano una tendenza già in atto, e fa alzare le antenne alla finanza e ai settori dell’industria manifatturiera in crisi, oltre ad animare ulteriormente tutta la platea dei possibili fornitori per la guerra moderna che si sviluppa su molti fronti: anche in quelli apparentemente molto distanti dai campi di battaglia. Basta dare un’occhiata distratta all’andamento della borsa per comprendere in quale direzione viaggia il flusso dei capitali. Le azioni di Leonardo, Fincantieri, Iveco sono lievitate e continuano a macinare record. L’economia di guerra viaggia e promette grandi performances. Bisogna stare sul pezzo e convincere l’opinione pubblica a montare sul carro del ReArm Europe.
Ora si discute anche di questo, di nuovo, nel Veneto. Per costruire consenso attorno al piano di riarmo europeo si usa come narrazione quella della possibile riconversione di aziende come la Berco in una azienda del settore della difesa: naturalmente “per salvare l’occupazione”. Una storia già vista. Un altro passo avanti verso l’economia di guerra. Là dove non si produce più per un generale calo di consumi, in un quadro di competizione rinvigorita dall’introduzione di dazi e dalla rimodulazione delle filiere produttive e dei mercati, si risponde investendo cifre enormi nella produzione bellica.
Si cerca contemporaneamente di conquistare il consenso dell’opinione pubblica e delle lavoratrici/lavoratori anche per questa via, invocando le potenzialità della riconversione di fabbriche in crisi al militare.
La CGIL, per voce della sua segreteria regionale, ha già risposto con un secco rifiuto e una netta opposizione. Invece, le categorie economiche e la classe politica che governa la regione hanno naturalmente condiviso la proposta.
Tutto fa brodo: basta che l’economia giri. Il Veneto “virtuoso” si adegua. Produrre carri armati o altro, non fa differenza.
Eppure basterebbe una semplice riflessione per comprendere che il riarmo e la centratura dello sviluppo sul settore militare, quello che chiamiamo impropriamente Difesa, non solo è di per sé una minaccia alla pace, alla risoluzione delle controversie attraverso la diplomazia e le organizzazioni internazionali, ma ha soprattutto come necessario corollario il dirottamento di enormi risorse pubbliche, in particolare nella direzione opposta al soddisfacimento di bisogni fondamentali e al supporto delle fasce più fragili della popolazione.
L’alternativa Burro o Cannoni è sempre valida.
Bisogna rovesciare il piatto che ci propongono e indicare una netta alternativa centrata sull’industria manifatturiera, sulla riconversione ecologica delle produzioni e su investimenti, più che mai necessari, nelle opere di risanamento del territorio, nella sua messa in sicurezza, sulla sanità pubblica, sulla scuola pubblica, sul settore del trasporto pubblico, sull’ampliamento e risanamento dell’edilizia residenziale pubblica, sulla crescita dei redditi da lavoro e delle pensioni. Un piano capace di risollevare l’economia e lo stesso settore industriale in caduta libera.
Per questi scopi bisogna superare i vincoli e i trattati europei, le politiche di austerità ancora ribadite, ridistribuendo la ricchezza anche attraverso la tassazione dei grandi patrimoni. Tema, questo, dibattuto anche a livello europeo, ma anche questo declinato, in larga parte della discussione attuale, in funzione delle politiche di riarmo.
Paolo Benvegnù, segretario regionale PRC Veneto
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